Ha ancora senso studiare le lingue straniere?

Babelfish

[Stupenda rappresentazione del “Babelfish” immaginato da Douglas Adams per il suo romanzo “Guida galattica per autostoppisti”. Questa immagine è opera dell’artista californiano John (Viet-Triet) Nguyen. Vedi: Babelfish e John (Viet-Triet) Nguyen]

Pochi giorni fa, all’IFA 2019 di Berlino, sono stati presentati degli auricolari Bluetooth che, insieme a un apposita “app” Android basata su tecniche di intelligenza artificiale, sono in grado di tradurre da e verso 36 lingue diverse. Li ha recensiti anche “Repubblica”:

“Ifa 2019, ecco gli auricolari smart per parlare in tutte le lingue del mondo”

Questo è solo l’ultimo annuncio di strumenti tecnologici di questo tipo. Solo otto mesi fa, infatti, Google aveva già presentato la versione “interprete” del suo già noto sistema Google Translate:

“Demo: Google Assistant can now translate conversations in real time”

Il primo sistema, i “Pod” WT2 Plus di Time Kettle, è disponibile per l’acquisto su Amazon a 299 €, cioè circa 100 € in più dei “fichissimi” AirPod di Apple (che, però, da soli non sono in grado di tradurre nulla). Li trovate qui:

“Timekettle WT2 Plus” ad Amazon.IT

Il secondo sistema, Google Translate, è installato di default su tutti i dispositivi Android. In ogni caso, lo potete scaricare gratuitamente da Google Play Store qui:

“Google Translate”

Come si può vedere dai filmati, questi sistemi sono ormai in grado di tradurre il parlato in tempo reale e con un elevato livello di precisione e di affidabilità. Per quanto è possibile capire dai filmati, sembra che questi sistemi siano ormai in grado di padroneggiare una lingua straniera con un livello di precisione pari al CEFR C, cioè il livello che noi chiamiamo abitualmente “conoscenza fluente della lingua” (CEFR C1) o addirittura a livelli da madrelingua (CEFR C2).

L’avvento di sistemi come questi, ovviamente, rappresenta una seria minaccia per i traduttori professionali umani e ci costringe a porci una domanda piuttosto scomoda: al giorno d’oggi, ha ancora senso studiare le lingue straniere? In particolare: ha ancora senso prendere un diploma od una laurea in lingue?

Chi inizia adesso, nel 2020, un percorso di studi linguistici, non rischia di trovarsi già completamente “fuori mercato” quando arriverà al diploma, nel 2025, od alla laurea, nel 2030?

Rispondere a questa domanda è meno semplice di quanto potrebbe sembrare. Per poterlo fare, infatti, è prima necessario rispondere ad un’altra domanda: per quale motivo si studia una lingua straniera al giorno d’oggi?

Le tre ragioni per cui si studia una lingua straniera

Ci sono tre ragioni per cui si studia una lingua straniera. La prima è, ovviamente, quella di farne una professione, cioè di diventare “specialisti” di quella lingua ad un livello tale da poter vendere sul libero mercato un servizio di traduzione di testi scritti, di interpretariato in tempo reale della lingua parlata, di insegnamento della lingua o comunque un servizio di consulenza linguistica. Questo è lo scopo che si pongono abitualmente le persone che studiano per conquistare un diploma od una laurea in lingue. In questo caso, la conoscenza di una o più lingue diventa una competenza primaria o principale per il professionista.

La seconda ragione è di poter studiare e/o lavorare usando quella lingua, come avviene per i programmatori di computer che, per varie ragioni, sono costretti a studiare e lavorare in lingua inglese qualunque sia la loro lingua madre. Un altro esempio sono gli operatori del settore turismo e del commercio che usano le lingue per il loro lavoro. In questo caso, la lingua diventa una competenza secondaria, strumentale o ancillare per il professionista.

La terza ragione, meno ovvia, è quella di conquistare comunque un diploma od una laurea (il famoso “pezzo di carta”), facendo qualcosa che non sia troppo complicato o troppo sgradevole, per poi dedicarsi a qualcosa di completamente diverso. Questo è ciò che fanno abitualmente le molte persone che prima prendono un diploma od una laurea in lingue e poi usano questo titolo solo per accedere ai concorsi della pubblica amministrazione ed iniziare una carriera da burocrate presso le Poste, il Comune, la RAI o mille altre strutture pubbliche del paese. Queste persone di solito non usano le loro competenze linguistiche sul lavoro.

L’impatto dell’Intelligenza Artificiale

L’avvento di sistemi automatici di traduzione o di interpretariato, come quelli presentati all’inizio, ha un impatto diverso su queste persone a seconda di quale è il loro modo di intendere lo studio delle lingue.

Per chi studia lingue al solo scopo di conquistare un “pezzo di carta”, non cambia nulla. Queste persone facevano qualcosa di sostanzialmente inutile ai fini professionali prima e continueranno a farlo dopo. La loro professionalità non viene messa in discussione da queste innovazioni tecnologiche più di quanto venga messa in discussione quella di uno studioso di storia o di scienze politiche.

Per chi studia una lingua straniera come conoscenza “ancillare”, cambia qualcosa ma non tutto. Dato che questi sistemi rendono possibile a chiunque accedere ad altre lingue, la conoscenza di una lingua straniera (in particolar modo dell’inglese) perde gran parte della sua importanza. Non è più una stringente necessità come era una volta. Resta però un importante vantaggio competitivo il fatto di poter gestire una o più lingue straniere senza fare uso di “protesi” esterne.

Per chi studia una lingua come competenza principale, cambia quasi tutto. Dato che una parte importante dei servizi di traduzione e di interpretariato può ormai essere affidata a “macchine”, è chiaro che resta spazio solo per quei servizi di alto ed altissimo livello che solo un essere umano può fornire.

Cosa non possono fare le macchine

In particolare, ci sono tre cose che le macchine non sono in grado di fare (e che probabilmente non saranno mai in grado di fare). La prima è tradurre testi in cui la lingua è l’elemento centrale della comunicazione, come avviene nei romanzi e nella poesia. Per quanto un sistema artificiale possa essere avanzato ed “umanizzato”, difficilmente potrà mai sostituire un traduttore umano nella traduzione di testi altamente simbolici, metaforici ed allegorici. Si pensi, per esempio, allo spettacolare lavoro di traduzione svolto da Salvatore Quasimodo sui testi di Omero e di molti altri autori dell’antichità.

La seconda cosa che un sistema artificiale difficilmente sarà mai in grado di fare è gestire traduzioni in cui è necessario motivare e spiegare le ragioni di ogni singola scelta, come avviene in ambito legale e forense (cioè in tribunale). Per una lunga serie di ottime ragioni, i tribunali sono tradizionalmente contrari all’uso di sistemi “a scatola chiusa”, come questi, per la gestione di traduzioni dalla cui precisione dipende la carcerazione di una persona. Una situazione simile si verifica anche nelle trattive commerciali ed aziendali, all’interno delle quali saranno sempre necessari degli interpreti umani.

L’ultima cosa che difficilmente una “macchina” potrà mai fare è insegnare una lingua. In questo caso, infatti, l’elemento preponderante della professione è quello pedagogico, non quello linguistico. Insegnare una lingua è soprattutto una questione di interessare, motivare e guidare lo studente, non di spiegare i dettagli “meccanici” e grammaticali della lingua.

Il concorrente umano

Molti di questi compiti di alto ed altissimo livello sono da sempre il territorio di caccia riservato di persone completamente bilingui, cioè persone che hanno almeno un genitore che parla una lingua diversa da quella del paese in cui vivono, o che hanno vissuto almeno cinque o dieci anni in un paese straniero, e che, oltre a questo, hanno anche studiato a fondo la loro seconda lingua.

In un mondo ormai completamente globalizzato, come il nostro, infatti, è abbastanza facile trovare un cinese che vive in Italia, è cresciuto in Italia, ha studiato a lungo in Italia ma ha anche una solida conoscenza della lingua cinese ed ha vissuto e studiato a lungo anche in Cina. È chiaro che quasi nessun italiano sarà mai in grado di competere con un cinese di questo tipo sul piano della conoscenza della lingua e della cultura cinese (almeno, non senza aver vissuto e studiato, a sua volta, a lungo in Cina sin da giovane).

Questo vuol dire che gli spazi per i professionisti delle lingue si stanno restringendo a vista d’occhio. In pratica, le uniche due professioni linguistiche ancora accessibili per un italiano sono l’insegnamento dell’italiano in paese straniero e l’insegnamento di una lingua straniera ai livelli più elementari nelle scuole italiane.

Nel primo caso, infatti, è possibile far valere la propria conoscenza dell’italiano come lingua madre. Nel secondo caso, invece, è possibile far valere la propria capacità di gestire con sicurezza, in italiano, il rapporto umano, pedagogico e didattico con gli studenti (i quali, di solito, sono ancora molto giovani ed hanno bisogno più di una “guida” che di uno “specialista”).

In conclusione

In conclusione, chi inizia oggi a studiare lingue a livelli professionali, deve tenere presente due cose. La prima è che gli spazi per svolgere la professione di traduttore o di interprete si sono già ristretti moltissimo rispetto anche solo a dieci anni fa e si restringeranno ancora moltissimo nei prossimi cinque o dieci anni. Per dirlo in altro modo, la “asticella” da superare per restare in gara è stata alzata moltissimo e, in pratica, ormai taglia fuori quasi tutti coloro che non sono davvero bilingui.

La seconda è che, a dispetto di ogni altra considerazione, la conoscenze delle lingue resta – e resterà sempre – uno strumento di lavoro e di carriera formidabile quando è associata ad altre competenze.

Anche se al giorno d’oggi un programmatore “medio” (o “mediocre”) può sicuramente permettersi di non conoscere l’inglese, resta però il fatto che nessun datore di lavoro sano di mente affiderà mai compiti di responsabilità a persone che non siano in grado di interagire con il resto del mondo senza fare uso di “protesi” digitali per la traduzione.

Questo è ancora più vero in altri settori dove le lingue sono strumenti per svolgere altri lavori, come nel settore del turismo o del commercio. Nessun datore di lavoro sano di mente vorrà mai avere tra i piedi un dipendente che deve fare affidamento su strumenti digitali esterni per comunicare con i clienti.

Quindi, sì: ha ancora senso studiare le lingue straniere. Ne ha moltissimo, sia sul piano professionale che culturale.

A dimostrazione di questo, ieri ho versato la caparra per un nuovo corso di tedesco che inizierò a seguire dalla fine di settembre. Parlo già inglese (CEFR C2) e francese (CEFR C1) e conosco già un po’ di tedesco (CEFR A2) ma continuo a studiare queste ed altre lingue. Continuo a studiarle in tutti i modi: usando strumenti digitali come Anki ed affidandomi ad insegnanti professionali vis-à-vis. Continuo ad investire tempo, fatica e soldi nell’apprendimento delle lingue. Continuo a farlo anche se conosco benissimo gli strumenti digitali disponibili per la traduzione automatica e nonostante li usi sistematicamente da molti anni (una parte del mio lavoro riguarda proprio i sistemi di machine learning e di artificial intelligence su cui si basano questi sistemi). Continuo a studiarle anche se ormai ho quasi sessant’anni e sono alla fine della mia carriera.

Se siete giovani, e magari state decidendo cosa fare, dovreste studiarle anche voi, con molta più determinazione di quanta ne possa avere io.

Tenete solo presente due cose. L’inglese è una lingua che tutti sono costretti a studiare per almeno 10 – 13 anni al giorno d’oggi. Conoscere l’inglese è necessario per non restare esclusi dal mercato del lavoro ma non rappresenta affatto un vantaggio competitivo. In altre parole: l’inglese è una lingua che dovete conoscere per non restare indietro rispetto agli altri ma la conoscenza dell’inglese, da sola, non vi rende in nessun modo “speciali”, “più interessanti” o “più appetibili” di altre persone.

Un discorso simile vale per molte altre lingue di facile accesso, come lo spagnolo ed il francese. Quasi tutti coloro che, per un motivo o per l’altro, decidono di studiare lingue scelgono spagnolo come prima o come seconda lingua con il risultato che per ogni posto di lavoro disponibile per una persona che parli spagnolo ci sono almeno cento candidati.

Per darvi una misura della situazione, posso dirvi questo. Qualche giorno fa, un ragazzo che conosco (e che ha un diploma linguistico) ha sostenuto la prova di ammissione di lingua spagnola per il corso di mediazione culturale dell’università. Per 29 posti (ventinove) si sono presentate oltre 300 (trecento) persone, molte delle quali sono parlanti nativi spagnoli che vivono e studiano in Italia a causa della immigrazione dei loro genitori. Il risultato è stato, ovviamente, che il livello tecnico dell’esame è stato molto, molto più alto di quello che questo ragazzo potesse aspettarsi e molto, molto più alto di quello che qualunque italiano sia in grado di gestire senza aver vissuto almeno per qualche mese in Spagna (e comunque soltanto dopo aver studiato spagnolo per almeno cinque anni al liceo).

Se decidete di studiare lingue al liceo e/o all’università, cercate almeno di scegliere una lingua meno “usurata” e meno “affolata” di queste. Tra quelle che vi posso consigliare, ci sono il tedesco, il russo, il coreano ed il giapponese. Ovviamente, queste sono tutte lingue difficili: è proprio perché sono difficili che permettono ancora di trovare spazio in università e nel mercato del lavoro.

Soprattutto, cercate di affiancare alla conoscenza delle lingue altre competenze – e altre esperienze di vita – che rendano preziose le vostre conoscenze linguistiche. In particolare, la conoscenza pratica, in prima persona, dei paesi stranieri dovrebbe essere la vostra prima preoccupazione.

In altri termini, non limitatevi a studiare una lingua: imparate piuttosto a vivere ed a lavorare nel paese in cui la si parla.

Alessandro Bottoni

Ha ancora senso studiare le lingue straniere?