What if…?

In questi giorni sta facendo discutere una interrogazione parlamentare del Senatore (e Comandante) Gregorio De Falco (ex-M5S) che riguarda la mancata applicazione del “PIANO NAZIONALE DI PREPARAZIONE E RISPOSTA AD UNA PANDEMIA INFLUENZALE” del Ministero della Salute italiano.

Ne ha dato notizia Marco Gasperetti su “Il Corriere della Sera” del 28 Marzo 2020:

Coronavirus, il piano anti-pandemia che l’Italia non ha seguito

Potete anche trovare i post originali di De Falco sulla sua pagina Facebook:

https://www.facebook.com/721604994714441/posts/1309934542548147/

https://www.facebook.com/721604994714441/posts/1307909012750700/

I piani NBC

In realtà, piani di risposta ad eventuali fenomeni epidemici, come quello citato da De Falco, vengono mantenuti aggiornati e pronti all’uso da praticamente tutti i governi del pianeta sin dagli anni ’50. Sono nati, infatti, subito dopo la fine della seconda guerra mondiale come unica possibile risposta all’ipotesi (a quel tempo molto concreta) di una guerra biologica condotta su scala globale. Sia i russi che gli americani (e probabilmente molti altri paesi), infatti, hanno condotto per decenni ricerche (molto segrete) sulla possibilità di usare agenti biologici (cioè “malattie”) come armi.

Potete farvi una cultura sull’argomento già a partire da Wikipedia:

https://www.wikiwand.com/en/United_States_biological_weapons_program

https://www.wikiwand.com/en/Soviet_biological_weapons_program

Il nostro paese dispone di un piano che risale a metà degli anni ’50, che è stato poi adattato ad usi civili già negli anni ’60 e poi è stato aggiornato in occasione della epidemia di SARS del 2003 e di nuovo in occasione dell’epidemia di MERS del 2006. Lo trovate pubblicato sul sito del Corriere alla URL che vi ho già fornito.

Perché nessuno usa questi piani?

A questo punto, è inevitabile chiedersi per quale ragione nessuno dei paesi conivolti ha mai usato questi piani in occasione delle varie epidemie degli ultimi 20 o 30 anni (SARS, MERS, “asiatica”, “suina”, “aviaria”, “hong kong”, etc.). Dopotutto, questi piani sono stati sviluppati e pagati su richiesta di quegli stessi governi e quindi sarebbe stato lecito aspettarsi che, alla prima occasione, fossero stati tirati fuori da un cassetto ed usati con tempestività e con determinazione.

Invece, come potete vedere con i vostri occhi, nessuno dei paesi coinvolti lo ha fatto. Non lo hanno fatto, adesso, in occasione della epidemia di coronavirus, ma non lo hanno fatto nemmeno in occasione di nessuna delle epidemie precedenti, come SARS e MERS.

Gli USA, la Russia, lo UK, la Germania, la Francia, la Cina, il Giappone e molti altri paesi che pure sappiamo essere in possesso di questi piani si guardano bene dal farne uso ed anzi li mantengono al segreto, sul fondo di un cassetto a fare polvere.

Perché?

Le ragioni sono essenzialmente due. La prima è che questi piani prevedono tutti, sin dalle prime fasi dell’epidemia, un blocco parziale o totale dei trasporti (aerei, navali, ferroviari e persino automobilistici) ed un blocco parziale o totale delle atttività produttive ritenute “non essenziali” (cioè quasi tutto tranne la Sanità e gli alimentari).

Ovviamente (e ripeto ovviamente) nessun “decisore” politico sano di mente si assumerà mai la resppnsabilità politica di paralizzare un’intero paese – od anche una sola regione – senza che prima si siano verificati danni talmente devastanti da rendere questa decisione inevitabile e che quindi la sua azione non possa più essere messa in discussione.

Questa è la situazione descritta in modo davvero esemplare nel film “Lo squalo” del 1975:

https://www.wikiwand.com/it/Lo_squalo_(film)

Come ricorderete, nel film:

Martin ha intenzione di chiudere le spiagge, ma ciò gli viene vietato dal sindaco Larry Vaughn, che teme che la diffusione mediatica della notizia della morte della ragazza a causa di un attacco di squalo possa rovinare la stagione turistica estiva, fonte primaria del reddito della città.

Questa resistenza dei “decisori” politici a prendere decisioni così radicali non é un segno di “miopia” o di “avidità”. Si tratta, invece, di decisioni del tutto razionali che cercano semplicemente di non di “suicidare” il paese (od una parte di esso) nel tentativo di salvarlo.

La seconda ragione per cui questi piani non vengono mai utilizzati è che offrono come “soluzioni” cose che “soluzioni” non sono, a partire dall’ipotesi di utiizzare su larga scala strumenti, materiali, risorse e figure professionali che sono già scarse in condizioni di normalità e che in occasione di una epidemia diventano immediatamente introvabili, come mascherine, disinfettanti, ventilatori polmonari, medici, infermieri, poliziotti, guanti, occhiali protettivi, farmaci di vario tipo e via dicendo.

In pratica, questi “piani d’azione” sono inapplicabili.

Gli stessi governi che li hanno commissionati e pagati ne sono perfettamente consapevoli e, infatti, si guardano bene dal tirarli fuori dal cassetto e dal pubblicizzarli. Se lo facessero, sarebbero immediatamente sepolti dalle richieste dei cittadini di mettere in pratica soluzioni che, come ho appena detto, soluzioni non sono e che, anzi, sono destinate a diventare un serio problema in situazioni di emergenza.

A tutti gli effetti pratici, questi “piani d’azione “vengono considerati da tutti i governi come un semplice “paperwork” necessario ad ottemperare un assurdo obbligo di legge, esattamente come avviene nelle aziende per i famigerati documenti sulla sicurezza del lavoro.

Le ragioni del fallimento

Ma, allora, com’è possibile che decine e decine di governi riescano a spendere milioni di euro per farsi consegnare qualcosa che sanno essere, sin dall’inizio, del tutto inapplicabile? O, meglio ancora: per quale motivo questi piani risultano essere concepiti così male da risultare, nei fatti, del tutto inapplicabili?

In realtà, la ragione è molto semplice: questi piani non tengono in nessuna considerazione gli aspetti pratici, economici e logistici delle loro raccomandazioni.

Questi piani sono quasi sempre sviluppati da team di medici e di epidemiologi che si limitano a fornire delle raccomandazioni di carattere scientifico e tecnico e che lasciano tutta la responsabilità di mettere in atto queste misure ai “decisori” politici. Soprattutto, questi team lasciano ai “decisori” politici la responsabilità di trovare il consenso politico per mettere in atto le loro raccomandazioni. Questi team di scienziati agiscono in questo modo in assoluta buona fede, essendo ben consapevoli del proprio ruolo di “suggeritori” e di “esperti”, ma nel farlo creano ugualmente una situazione praticamente impossibile da gestire.

Ovviamente, dopo la pubblicazione di questi “piani d’azione”, nessun politico può più permettersi di fare qualcosa che li metta in discussione. Se lo facesse, si esporrebbe sia alle contestazioni della opposizione che ad eventuali conseguenze legali. Nello stesso momemto, però, ogni politico si trova anche nella impossibilità di mettere in pratica questi piani e quindi si ottiene la paralisi del sistema.

Questo meccanismo si è visto all’opera molto bene nel caso delle famigerate “mascherine”. Tutti i piani, di tutti i paesi, prevedono che il sistema sanitario pubblico nazionale mantenga disponibile una scorta adeguata di questi “Dispositivi Individuali di Protezione” (DPI) ma, come avete ben visto, nessun governo e nessun sistema sanitario nazionale lo fà. Non lo fà nessuno, mai.

La ragione di questa “mancanza di lungimiranza” è banale: le mascherine costano e quindi nessun politico vuole esporsi a critiche ed a conseguenze legali (“danno erariale”, “corruzione”, etc.) attivando le procedure necessarie per acquistare ed immagazzinare centinaia di milioni di mascherine. Per quanto possibile, si cerca di scaricare la responsabilità dell’acquisto e della gestione dei DPI sulle spalle di qualcuno che si trova più in basso nella scala gerarchica, di solito i “manager” della Sanità. Anche questi manager, però, si trovano nella stessa difficile posizione e quindi il meccanismo si blocca, lasciando i cittadini privi di qualunque strumento di difesa.

Quello che manca, in questi “piani d’azione” è un “piano” per ottenere il consenso politico necessario a mettere in pratica le raccomndazioni. Senza questo consenso nessuna raccomandazione potrà mai essere messa in pratica.

What if…?

Ma, allora, com’è possibile superare questa impasse?

Chi si occupa di sicurezza (e di azioni militari) sà bene che non ci si deve tanto porre il problema di cosa dovrebbe esistere per essere in grado di affrontare un minaccia. Piuttosto, bisogna domandarsi cosa fare quando quella risorsa, così preziosa, non è disponibile.

Per tornare al nostro esempio di prima, non bisogna preoccuparsi di raccomandare le mascherine. Bisogna invece cercare di capire cosa fare se le mascherine non sono disponibili.

Questo perché, in una “economia di emergenza” (od “economia di guerra”) è del tutto normale che proprio le cose più necessarie siano del tutto introvabili. I tedeschi, durante la “Battaglia d’Inghilterra” si sono preoccupati di distruggere i cruciali campi di aviazione inglesi e le fabbriche di aeroplani, non i campi di cipolle.

Lo ripeto ancora una volta: in tempo di pace è quasi impossibile convincere il “popolo sovrano” a spendere soldi ed a intraprendere azioni (complesse, fastidiose, costose, a volte persino pericolose) solo per prepararsi ad una minaccia remota e di cui è difficile valutare la portata. Lo si vede bene proprio in questi giorni. Nessuno si è preoccupato di accumulare mascherine per fronteggiare una remota ma sempre possibile epidemia di influenza. Nello stesso modo, nessuno adesso vuole spendere soldi per gli F35 e per altri mezzi militari.

Come ho già detto, questa non è miopia. Si tratta, molto più semplicemente di scelte del tutto razionali che hanno lo scopo di ridurre al minimo le spese inutili durante la gestione “normale” del sistema (più esattamente, le spese non immediatamente necessarie).

Quello che bisogna fare, allora, è prepararsi a “combattere la guerra con l’esercito di cui si dispone”. In particolare si tratta di capire come “adattare” rapidamente le proprie capcità produttive e le proprie capacità di risposta alle nuove condizioni imposte dall’emergenza (o dalla guerra).

Le domande che è necessario porsi sono le seguenti.

1) Sarebbe importante identificare sin dall’inizio le persone contagiate da un nuovo virus. Cosa facciamo se questo non è possibile (perché mancano gli strumenti analitici per farlo)? Possiamo adottare una “policy” che ci permetta di “indovinare” con ragionevole precisione chi potrebbe essere stato contagiato e comportari di conseguenza? I nostri medici possono essere “addestrati” velocemente a mettere in pratica questo “protocollo diagnostico” di emergenza?

2) Sarebbe necessario tracciare i contatti delle persone contagiate. Cosa facciamo se questo non è possibile (perché mancano gli strumenti tecnici e le risorse umane per farlo)? Possiamo fare qualche ipotesi sensata riguardo al modo in cui si propaga questa epidemia e mettere sotto controllo specifiche categorie di persone (Gli anziani? I commessi?), specifiche attività (La ristorazione?) e specifici luoghi (Le residenze per anziani? I supermercati?). Questo ci permetterebbe di “intercettare” comunque una larga parte dei contagiati?

3) Sarebbe necessario isolare le persone contagiate. Cosa facciamo se questo non è possibile (perché mancano gli ambienti per ospitarle)? Possiamno trovare ambienti adatti, in modo veloce e sicuro?

4) Sarebbe necessario curare le persone contagiate. Cosa facciamo se questo non è possibile (perché mancano gli strumenti per farlo)? Possiamo almeno ridurre la gravità dei sintomi e ridurre la durata della degenza? Possiamo curare almeno una parte di queste persona a casa loro, in modo da non intasare gli ospedali?

5) Sarebbe necessario seppellire i morti. Cosa facciamo se questo non è possibile (perché mancano i posti al cimitero)? Dobbiamo stabilire che i corpi vengano sempre e solo cremati? È necessario pensare a sepolture di massa?

6) Sarebbero necessarie decine di milioni di mascherine al mese. Cosa facciamo se non possiamo procurarcele? Possiamo rimediare usando qualcos’altro? Cosa? Possiamo avviare nuove produzioni di mascherine? Come? Possiamo convertire altre produzioni alla produzione di mascherine? Quali?

7) Sarebbero necessari decine di milioni di litri di alcool al mese. Cosa facciamo se non possiamo procurarceli? Possiamo usare qualcos’altro? Cosa? Possiamo avviare nuove produzioni di disinfettanti? Come? Possiamo convertire altre produzioni? Quali?

8) Sarebbero necessarie migliaia di ventilatori polmonari. Cosa facciamo se non possiamo procurarceli? Possiamo usare qualcos’altro? Cosa? Possiamo avviare nuove produzioni? Come? Possiamo convertire altre produzioni? Quali?

9) Sarebbero necessarie migliaia di medici e di infermieri. Cosa facciamo se non possiamo procurarceli? Possiamo usare altre figure professionali, almeno per alcune incombenze? Quali figure? Possiamo formare rapidamente migliaia di nuovi medici ed infermieri? Come?

E via dicendo.

Una economia di emergenza è una economia fatta di “what if…?”: “cosa succede se…?” Bisogna pensare “cosa succede se qualcosa và male?”, non “cosa è necessario perché tutto vada bene?”. Quel “qualcosa”, non sarà comunque disponibile.

Moltiplica per mille

Un’altra cosa che bisogna capire è che per sua natura una emergenza – qualunque emergenza – moltiplica i fabbisogni di molte risorse (mascherine, disinfettanti, ventilatori polmonari, medici, infermieri, etc.) non di due o tre volte: li moltiplica abitualmente di almeno uno o due ordini di grandezza, cioè di almeno 100 o 1000 volte (cento o mille volte).

Bisogna quindi prepararsi a produrre una quantità di queste risorse che in condizioni di normalità sarebbe difficilmente immaginabile e questo vuol dire che si deve ragionare in modo completamente diverso dal normale. In particolare, bisogna evitare soluzioni troppo tecnologiche e soluzioni che dipendono troppo da risorse difficilmente reperibili.

La produzione di ventilatori polmonari è un esempio da manuale di questo problema. Produrre uno di questi aggeggi richiede componentistica e personale che non sono facilmente reperibili sul mercato nemmeno in condizioni di normalità, figuriamoci in caso di emergenza!

Questo dell’approvvigionamento su larga scala in condizioni di emergenza è un problema ben noto in ambito militare. Se è perfettamente possibile (anche se spaventosamente costoso) acquistare cento caccia F35 in tempo di pace, è semplicemente impossibile produrne più di un paio alla settimana in caso di guerra e quindi è necessario evitare di perderne nel modo più assoluto.

Questo è un problema che hanno sperimentato a lungo tutti i contendenti durante la seconda guerra mondiale e che ha portato allo sviluppo di soluzioni molto ingeniose, come le seguenti.

https://www.wikiwand.com/it/Sten

https://www.wikiwand.com/it/MP_3008

https://www.wikiwand.com/it/7,92_%C3%97_33_mm

https://www.wikiwand.com/en/FP-45_Liberator

Se si vuole riuscire a produrre su larga scala ciò che è necessario per affrontare una situazione di emergenza come questa, è necessario semplificare sia i prodotti che i processi produttivi fino a rendere la produzione possibile a livello artigianale. In altri termini, è necessario che un ventilatore polmonare possa essere costruito da un’azienda che fino al giorno prima era impegnata nella produzione di aspirapolvere. È necessario che le mascherine possano essere prodotte da aziende che fino al giorno prima producevano calzini e mutande.

Ovviamente, per riuscire a farlo è necessario che progetti adatti allo scopo siano resi disponibili rapidamente. Questo vuol dire che qualcuno, all’interno delle aziende produttrici, deve occuparsi di questa riprogettazione di emergenza.

Conclusioni

Spero di aver dato un piccolo contributo utile a non ripetere gli errori del passato. Scusate se ho scritto un articolo lunghissimo ma… non ho avuto il tempo di accorciarlo…

Alessandro Bottoni

What if…?