Soluzioni impraticabili

Qualche giorno fà, Huffington Post Italia ha pubblicato un bell’articolo, a firma del Fisico Roberto Battiston, in cui si ribadisce (per l’ennesima volta) la necessità di agire rapidamente quando ci si trova ad affrontare una epidemia come quella che stiamo affrontando ora. Potete trovare l’articolo di Battiston qui:

https://www.huffingtonpost.it/entry/l-importanza-di-agire-rapidamente_it_5e6bbcb0c5b6747ef11c5e05?utm_hp_ref=it-homepage

L’articolo di Tomas Pueyo a cui fà riferimento Battiston, lo trovate qui:

https://medium.com/@tomaspueyo/coronavirus-act-today-or-people-will-die-f4d3d9cd99ca

La traduzione italiana è qui:

https://medium.com/tomas-pueyo/coronavirus-perch%C3%A9-agire-ora-bd6c02ee0785

Purtroppo, però, questo approccio è minato alla base da qualcosa che ormai dovrebbe essere evidente a qualunque osservatore: è impossibile “agire tempestivamente”. Almeno, è impossibile agire tempestivamente se per “agire” si intende “chiudere porti ed aeroporti”, “chiudere le scuole”, “chiudere i negozi”, “chiudere le frontiere”, “chiudere in casa la gente” e via dicendo. Molto semplicemente, portare alla paralisi un intero paese in questo modo rischia di ammazzarlo.

Insomma, le “tecniche” e gli “strumenti” che stiamo tentando di usare in questo frangente non possono essere usati con leggerezza e questo vuol dire che non possono essere usati prima che ce ne sia davvero bisogno. Tutto questo mina alla base questa “strategia” dello “intervento rapido” su cui si è basata tutta la nostra logica di gestione delle emergenze per anni. È chiaro che bisogna trovare altre soluzioni. Soluzioni più mirate e meno invasive.

Bloccare il traffico internazionale

Appena si è avuta notizia della diffusione del coronavirus in Cina, la destra italiana ha cominciato ad ululare sguaiatamente per pretendere che venissero bloccati i voli (e le navi) da e per la Cina.

Come abbiamo visto, nè l’Italia nè nessun altro paese al mondo è stato in grado di fare una cosa del genere nelle prime fasi dell’epidemia, nè nei confronti della Cina, nè nei confronti di altri paesi. Molto semplicemente, ogni paese del pianeta dipende da quasi ogni altro paese del pianeta in modo così stretto e così fondamentale che nessuno può permettersi il lusso di fare una cosa del genere fino a quando il rischio non arriva a superare di molto una certa soglia tecnica e psicologica.

Solo in una fase molto successiva di una epidemia è tecnicamente e politicamente possibile fare una cosa del genere e, quasi certamente, a quel punto è troppo tardi.

Quello che si può realisticamente fare, nella fase iniziale di una epidemia, è limitare una parte del traffico turistico (non tutto) e solo di quello, ad esempio vietando di vendere nuovi pacchetti turistici da/per le destinazioni interessate. Non si può, infatti, agire sul traffico tturistico già “venduto” senza creare problemi enormi a milioni di persone (si pensi alle agenzie di viaggio). Meno che mai si può agire sul traffico non turistico.

Imporre la quarantena ai viaggiatori

Sempre la solita destra, si è riunita in branco per ululare a favore della quarantena per tutte le persone in arrivo dai paesi interessanti dall’epidemia e per tutti i “sospetti”.

Anche questa è stata una misura che non è stato possibile implementare in nessun paese (con l’eccezione, in modo molto mirato, di Taiwan). Le ragioni sono due. Innanzitutto è difficile capire se una persona arrivi da una regione interessata dall’epidemia. Non appena si sparge la notizia della quarantena, infatti, molte persone inziano a fare uso di “triangolazioni” più o meno astute per sfuggirvi. Chi viene dalla Cina si ferma un giorno o due in Norvegia, ripristina la sua “credibilità sanitaria” e poi sbarca a Malpensa, pronto a far danni. Inoltre, in assenza di un sistema di rilevamento semplice ed affidabile del virus, è quasi impossibile capire chi sia un portatore dell’infezione e chi no. Come si è ben visto, rilevare la temperatura è del tutto insufficiente. Mettere in quarantena tutti i viaggiatori è semplicemente impossibile per ovvie ragioni logistiche e quindi…

Quello che si può realisticamente fare, soprattutto nelle fasi iniziali di una epidemia, è mettere in quarantena preventiva i bersagli più esposti e più deboli, come gli anziani, specialmente se portatori di altre patologie, non i potenziali vettori dell’infezione, come i viaggiatori. Questo è esattamente quello che sta facendoo in questi giorni il governo di Boris Johnson in UK.

Fare “tamponi” a tutti

Un’altra misura richiesta a gran voce dalla solita destra emotiva ed impaziente, è quella di fare “tamponi” a tutti.

Questa, francamente, è una idiozia.

Il “tampone” è solo la fase di raccolta del campione biologico che dà inizio ad una complessa procedura di analisi clinica che richiede l’intervento di almeno quattro o cinque operatori diversi (chi raccoglie il campione, chi lo porta in laboratorio, chi lo prepara, chi lo analizza e chi passa i risultati al richiedente), di diversi strumenti (un amplificatore genetico ed un sistema di analisi di qualche tipo), e di almeno due laboratori diversi (quello biologico di estrazione e di amplificazione del DNA e quello chimico di analisi). Insomma, è una procedura lunga (richiede almeno una mezza giornata di lavoro), complessa e costosa. Nessun paese è in grado di “fare tamponi a tutti” dall’oggi al domani (a parte la Corea del Sud. Ne parliamo tra un attimo).

Oltre a questo, fare tamponi a tutti non ha molto senso nè nelle fasi iniziali di una epidemia nè dopo. Nelle fasi iniziali di una epidemia, per forza di cose, i contagiati sono ancora rari e quindi la stragrande maggioranza dei tamponi è negativa. Si buttano via una enorme quantità di risorse e di soldi per niente. Quando l’epidemia è in una fase più avanzata, una parte significativa delle persone è già portatore del virus e quindi si è comunque costretti a trattare ogni persona come un potenziale portatore del virus. Questo è quello che stiamo facendo noi italiani in questi giorni.

Solo in una fase intermedia, molto, molto breve, dell’epidemia ha davvero senso fare tamponi a tutti e, purtroppo, è difficilissimo capire quando iniziare e quando smettere.

Quello che si può realisticamente fare, nelle fasi iniziali di una epidemia come pure nel seguito, è fare tamponi mirati per risolvere specifici casi sospetti. Questo è quello che hanno fatto, e che stanno facendo, tutti i paesi del mondo sin dall’inizio dell’epidemia.

Questo discorso non cambierà molto nemmeno quando sarà disponibile un test semplice, veloce ed economico che si possa usare sul campo. Tutto questo, infatti, riduce solo il costo operativo nell’equazione costi/benefici ma i “benefici” restano comunque abbastanza limitati.

Oltretutto, tutti questi test hanno (ovviamente) un margine di errore e, per quanto sia piccolo il margine di errore, quando si trattano grando numeri, come in questo caso, anche un margine di errore molto contenuto può avere conseguenze disastrose. Se i nostri test hanno un margine di errore del 5% (valore abbastanza credibile), allora vuol dire che su un milione di test, si rischia di “rilasciare” come “sicuramente sane” 50.000 persone che, da quel momeno in poi, si sentiranno libere di andare in giro senza precauzioni e che potranno contaminare altre migliaia di persone.

In realtà, è comunque meglio prendere misure basate sull’ipotesi che tutte queste persone siano contagiose, come usare dispositivi di protezione individuali (mascherine) e migliorare le misure di igiene personale (lavarsi le mani più spesso).

Bloccare il traffico nazionale

Bloccare il traffico nazionale è persino più difficile che bloccare quello internazionale. Chiunque può prendere un’auto privata, od una bicicletta, e spostarsi senza essere notato. Non importa quanta Polizia si riesca a mettere sulle strade. Lo abbiamo visto con i nostri occhi in questi giorni.

Non serve quasi a niente nemmeno fermare i treni ed i voli interni. Su distanze di 500 o 1000 km, si possono facilmente usare mezzi di trasporto privato virtualmente inintercettabili.

Quello che si può realisticamente fare, nelle fasi iniziali di una epidemia ed anche in quelle successive, è fare una intensa opera di “moral suasion” (come và di moda chiamarla adesso): informare i cittadini del rischio, spiegare come comportarsi, imporre qualche modesta misura di controllo per obbligare la gente a riflettere (come i moduli di autocertificazione che stiamo usando in questi giorni) e sperare che la gente si adegui.

Chiudere le scuole e le università

Scuole ed Università non sono attività “essenziali” ma tentare di chiuderle dalla sera alla mattina crea una enorme quantità di problemi alle famiglie e quindi nessun paese ha preso questa misura fino a che ha potuto evitarlo. In molti hanno cercato di arrivare alla fine naturale dell’anno scolastico od almeno molto vicino ad esso.

Tutti i tentativi di spostare l’insegnamento verso piattaforme digitali, in quei paesi che non ne facevano già largo uso da prima, ha creato un livello di caos tale da rendere sostanzialmente impossibile una credibile valutazione degli studenti a fine corso. Insomma, non funzionano.

Quello che si può realisticamente fare, soprattutto nelle fasi iniziali di una epidemia, è… cercare di arrivare il più vicino possibile al primo punto di stop naturale (come le vacanza invernali o quelle estive) e poi chiudere tutto, con o senza esami finali.

Chiudere “tutto il resto”

Quando il governo italiano ha lasciato trasparire l’ipotesi di chiudere i negozi e le aziende, è successo il finimondo. Code ai supermercati per accapparrarsi ogni sorta di prodotto (come la famigerata carta igienica), rivolte di operatori commerciali, sidacati in piazza e via dicendo.

D’altra parte, “chiudere tutto” in questo modo vuol dire portare quasi alla paralisi l’intero sistema e mettere seriamente in discussione la disponbilità di merci e servizi indispensabili per la comunità, a partire dal cibo, passando per il contante delle pensioni erogato dalle Poste e per finire al tecnico che vi deve aggiustare il frigorifero.

Insomma, è una misura davvero estrema che nessun governo potrà mai prendere alla leggera. Di sicuro, non si può usare una misura così estrema per abbattere il carico sul sistema sanitario nella fase iniziale di una epidemia.

Quello che si può realisticamente fare, almeno nelle fasi iniziali di una epidemia, è chiudere le attività ricreative: cinema, stadi, teatri, palestre, piscine, etc.

Chiudere in casa la gente

La clausura a cui siamo costretti tutti quanti in questo momento è una cosa gravissima. Tecnicamente parlando, è al limite della legalità. Il Filosofo Corrado Ocone spiega il problema molto bene in questo suo articolo su Huffington Post:

https://www.huffingtonpost.it/entry/il-coronavirus-interroga-la-nostra-liberta_it_5e6e6536c5b6dda30fcb3a52

È chiaro che misure di questa gravità possono essere prese solo in casi veramente estremi, quando l’epidemia minaccia davvero la sopravvivenza dell’intero sistema, e per tempi molto brevi (qualche settimana). Di certo non possono essere usate nelle fasi iniziali di una epidemia.

Quello che si può realisticamente fare, nelle fasi iniziali di una epidemia, è chiudere in casa le persone più vulnerabili, come abbiamo già detto, e quelle che sono sicuramente contagiose.

Fare largo uso di disinfettanti e mascherine

Da settimane ci viene detto di fare uso di disinfettanti e mascherine ma… questi beni essenziali sono spariti dagli scaffali all’inizio dell’epidemia e non sono più ricomparsi.

È chiaro che si devono trovare prodotti alternativi a questi per affrontare la situazione.

Per esempio, è necessario capire se sia possibile, in momenti di emergenza, usare le mascherine in carta usate dai carrozzieri al posto di quelle “chirurgiche” per evitare di infettare il prossimo con i propri starnuti.

È anche necessario capire se sia possibile usare qualcosa di diverso dall’alcool e dalla varecchina per disinfettare le mani e le superfici.

Insomma, è necessaria un’opera istituzionale di “creatività” per trovare soluzioni alternative. E questo è necessario sin dalle fasi iniziali di una epidemia, come abbiamo ben visto con i nostri occhi.

L’approcio inglese al problema

Alla luce di quanto ho appena detto, credo che si possa capire per quale motivo il governo UK di Boris Johnson abbia deciso di intervenire con poche ed essenziali misure contro il COVID-19 in questa fase iniziale dell’epidemia e perché abbia scelto di permettere alla epidemia di avere il suo corso naturale.

Molte delle misure proposte dagli specialisti non sono praticabili od hanno un impatto tale sul “sistema paese” da risultare quasi peggiori dell’epidemia in sè.

Certo, l’approccio di Boris Johnson al problema COVID-19 è da irresponsabili. In qualunque altro paese lo avrebbero fucilato su due piedi solo per aver pensato una cosa del genere (ed avrebbero fatto bene). La frase “molti inglesi devono abituarsi all’idea di perdere prematuramente i propri cari”, da sola, è già da corte marziale.

Tuttavia, le decisioni del governo britannico mettono in evidenza la profonda crisi di questo modello di gestione delle emergenze. Non si può fare quasi nulla di quello che suggeriscono abitualmente gli specialisti, soprattutto nelle fasi iniziali di una epidemia, quando sarebbe ancora più necessario intervenire.

L’approccio Taiwanese al problema

Alcuni paesi dell’area cinese, come Taiwan, Singapore ed Hong Kong, hanno messo in funzione una strategia di contrasto al coronavirus particolarmente efficace. Potete farvi una cultura sul tema leggendo una qualunque delle analisi disponibili sul Web, come queste:

https://www.nbcnews.com/health/health-news/what-taiwan-can-teach-world-fighting-coronavirus-n1153826

https://time.com/5802293/coronavirus-covid19-singapore-hong-kong-taiwan/

https://www.businessinsider.com/coronavirus-taiwan-case-study-rapid-response-containment-2020-3

Ne parla persino Wikipedia:

https://www.wikiwand.com/en/2020_coronavirus_pandemic_in_Taiwan

Se leggete questi articoli capirete presto due cose. La prima è che tutti questi paesi hanno messo in funzione molto tempestivamente poche misure molto mirate e relativamente poco invasive. Questo ha permesso loro di abbattere significativamente le statistiche infettive nelle fasi iniziali dell’epidemia. In cascata, questo ha ridotto di moltissimo l’impatto dell’epidemia nelle settimane successive. Questa strategia resta un modello sostenibile di contenimento dei danni anche adesso e lo resterà per molti mesi a venire.

La seconda è che questi paesi si sono assicurati sin da subito di avere scorte adeguate di disinfettanti e mascherine e di renderle davvero disponibili al pubblico sin dall’inizio dell’epidemia.

Ecco, questo è ciò che avrei voluto vedere in Italia. Questo è anche ciò che si dice “imparare dalle lezioni precedenti”. Questi paesi, infatti, hanno imparato la lezione della epidemia di SARS del 2003. Avremmo dovuto impararla anche noi.

Il caso della Corea del Sud

La Corea del Sud si è fatta notare per cose decisamente negative in questo frangente ma anche per essere riuscita a monitorare rapidamente una enorme quantità di persone. Potete trovare molte informazioni sul loro caso sul Web, a partire da Wikipedia:

https://www.wikiwand.com/en/2020_coronavirus_pandemic_in_South_Korea

Potete capire come si siano riusciti leggendo, per esempio, questo articolo:

https://www.npr.org/sections/goatsandsoda/2020/03/13/815441078/south-koreas-drive-through-testing-for-coronavirus-is-fast-and-free

Il succo è tutto in questa frase:

He points out that testing capacity is not just about getting enough test kits. It requires years of investment in complex health care infrastructure, including lab hardware and technicians to analyze samples, logistics for moving goods and providing services and information technology to keep supplies and data moving. Any bottleneck or shortage of these elements can cost time and lead to more infections and deaths.

Insomma, si tratterebbe di mettere in piedi una complessa e costosa infrastruttura molto prima che una epidemia si presenti alla porta. La Corea del Sud ha una infrastruttura di questo tipo sia perché confina direttamente con la Cina (e quindi ha già avuto brutte esperienze in passato) sia perché è uno dei principali produttori al mondo di questa roba.

Noi non siamo la Corea del Sud.

Più in generale, nessun paese potrà mai “metttere a magazzino” medici, infermieri, strumentazione, ospedali e consumabili “giusto nel caso che ci sia una epidemia”. Bisogna smettere di propugnare questa ipotesi come una possibile “soluzione” al problema. Non lo è.

Piuttosto, bisogna porsi il problema di come espandere rapidamente le capacità di trattamento del nostro sistema sanitario in caso di bisogno. Si tratta di preparare per tempo altre cose, come le seguenti.

  1. Un piano d’azione. Possibilmente, un piano d’azione collaudato e credibile.
  2. Delle “opzioni” su strumentazione e consumabili che i fornitori siano tenuti a soddisfare in tempi brevi in caso di necessità. Questa è una cosa che si fà abitualmente in ambito mlilitare e che sarebbe bene usare anche in ambito civile.
  3. Una lista di persone da chiamare o richiamare in servizio.
  4. Una lista di misure da prendere da subito. Qui ho citato alcuni esempi. Ci sono organi istituzionali appositi che possono facilmente fornire un elenco più completo e più affidabile.

Una questione di curve

Quello che insegnano tutte queste esperienze è che, in realtà, quello che serve davvero è un modo di contenere il tasso di riproduzione del virus sin da subito e per lunghi periodi di tempo. Si tratta di contenere il picco della curva di diffusione sotto la linea di capacità di gestione del sistema sanitario (che è ciò che stiamo cercando di fare in questo momento).

Questo è un obiettivo molto diverso da quello che sembrano porsi tradizionalmente i vari centri di gestione delle emergenze ed i nostri politici. Costoro, infatti, sembrano porsi l’obiettivo (chiaramente non raggiungibile) di “sconfiggere” l’epidemia.

Probabilmente, una parte dei nostri problemi deriva proprio da questo: se si tenta di “risolvere” il problema, le misure da mettere in campo diventano subito talmente invasive e devastanti da diventare inapplicabili.

Forse, chi vince davvero questa guerra, la vince proprio perchè non cerca affatto di “vincere” e, invece, cerca solo di limitare i danni. Più esattamente, cerca di mantenere il livello dei danni e del caos sotto il livello di “gestibilità” da parte del sistema.

Conclusioni: ci serve un nuovo modello

Abbiamo disperatamente bisogno di un nuovo modello di lotta alle epidemie. Ci serve un insieme di strategie, di tecniche e di strumenti che sia realmente applicabile.

Non possiamo continuare a dirci “si dovrebbe fare questo ma… non ci si riesce”. Dobbiamo trovare cose che possiamo fare e farle.

Personalmente, credo che si debba imparare qualcosa dai militari e dagli specialisti di sicurezza informatica, da sempre abituati a cercare i “punti deboli” del nemico ed a fare leva su di quelli, senza scatenare inutili guerre su larga scala.

Che “punti deboli” ha un virus? Di cosa ha davvero bisogno per diffondersi? Possiamo intervenire su punti specifici per ridurre le probabilità di contagio (senza peraltro porci il problema di “sconfiggere” l’influenza)?

Possiamo mettere in atto una qualunque di queste strategie nelle fasi iniziali di una epidemia, quando è più importante agire?

Credo che siano queste le domande su cui noi tutti ci dovremo confrontare nei prossimi anni.

Alessandro Bottoni

Soluzioni impraticabili