Il senso delle misure

In questi giorni di clausura dovuta alla epidemia di coronavirus (COVID-19), stiamo assistendo ad una folle corsa a chi riesce a proporre (e ad imporre) le misure di contenimento più drastiche alla popolazione. È una corsa a cui stanno partecipando i sindaci, i presidenti delle regioni, i sindacati e varie altre istituzioni. Le ragioni di questa assurda competizione sono due: da un lato c’è l’ansia di chi si sente in obbligo di garantire il massimo della sicurezza per le persone che rappresenta e dall’altro c’è un chiaro fenomeno di sciaccallaggio politico da parte di chi vuole “mettere in mora” il governo accusandolo di non aver fatto abbastanza. In realtà, questa è già la seconda “corsa agli armamenti” di questo tipo. La prima l’abbiamo vista all’inizio dell’epidemia, quando i presidenti delle regioni hanno iniziato a prendere iniziative personali in totale disaccordo con il governo nazionale.

Purtroppo, questa folle competizione rischia di affondare la nave su cui ci troviamo e quindi è necessario parlarne.

In particolare, è necessario capire qual’è il senso di queste misure di confinamento. Qual’è la logica che si trova alla base di questa strategia. Se non si capisce questo, si rischia di prendere misure che non hanno nessun senso e che possono ammazzarci.

Il modello della “immunità di gregge”

Per capire qual’è la logica che si trova alla base della strategia di confinamento, è necessario partire da lontano. Bisogna partire dal concetto di “immunità di gregge”. L’immunità di gregge è una forma di “barriera naturale” che si oppone alla diffusione di virus ed altri agenti patogeni quando una percentuale abbastanza alta di individui risulta immune all’infezione.

L’immunità dei singoli membri di una comunità può essere ottenuta in vari modi ma qui ci interessa solo il meccanismo naturale: un individuo diventa immune a questa patologia solo dopo essere rimasto contagiato, solo dopo aver sviluppato gli anticorpi necessari per difendersi e solo dopo essere sopravvisuto all’infezione.

Quanto debba essere elevata la percentuale di persone che sopravvive all’infezione per produrre l’immunità di gregge, è questione di agente patogeno: per la comune influenza stagionale e per il virus Ebola, è sufficiente un 30-40% di individui immuni nella popolazione per bloccare la diffusione del virus. Per la pertosse ed il morbillo bisogna superare il 90%. Potete trovare le informazioni di base su questo tema su Wikipedia: “Herd Immunity” – Mechanism.

Nel caso di COVID-19, gli specialisti ritengono che si debba superare una soglia del 60-70% per ottenere una immunità di gregge.

Quando si raggiunge questa “soglia”, il virus fà così fatica a trovare un “cammino” per passare da una persona infetta ad una “infettabile” che, di fatto, la diffusione del virus si ferma.

La logica del confinamento

Come ho appena detto, l’immunità di un singolo individuo ad uno specifico agente patogeno (“virus”) può essere ottenuta in vari modi. Uno dei più conosciuti è il vaccino. Tuttavia, non è ancora disponibile un vaccino per il COVID-19 e quindi questa strada ci è preclusa.

Un altro modo, decisamente più rozzo, di rendere immune una persona consiste nel confinarla in uno spazio protetto dove il virus non possa raggiungerla, come un reparto opedaliero o… come la casa della persona interessata. In altri termini, si tratta di recludere questa persona in una specie di “arresti domiciliari”.

Questo è proprio quello che si sta facendo in Italia (ed in altri paesi del mondo) in queste settimane: si sta simulando una immunità di gregge recludendo le persone.

A questo punto, dovrebbero diventare evidenti due punti essenziali di questa strategia. Il primo è che si tratta, per forza di cose, di una soluzione temporanea. Il virus, infatti, non viene eliminato. Resta sempre là fuori, all’interno del corpo delle altre persone, in attesa che qualcuno di noi esca di casa per aggredirlo. Dato che non potremo comunque resistere a questo assedio in eterno, è ovvio che quando saremo costretti ad uscire di casa, la diffusione del virus comincerà di nuovo a correre.

Il secondo punto è che, come la immunità di gregge “naturale”, anche in questo caso non è necessario confinare il 100% della popolazione per fermare l’epidemia. Basta lo stesso 60-70% di cui abbiamo già parlato.

Abbiamo un credito

Quel 30-40% di persone che non devono essere recluse, sono il nostro piccolo “tesoro” nazionale. Sono le persone che possiamo e dobbiamo adibire alle attività necessarie per la sopravvivenza di tutto il paese: la produzione e la distribuzione di cibo, le cure mediche, alcuni altri servizi essenziali e via dicendo.

Questo è tutto il nostro “credito” nei confronti dell’epidemia di coronavirus. Un credito limitato e che deve essere usato con estrema parsimonia. Sperperare questo credito in “apericene”, settimane bianche, cene in spiaggia, viaggi in treno ed in aereo, cerimonie e cose simili è da irresponsabili.

Questo non vuole affatto dire che le persone che in questo momento saranno costrette a lavorare siano più esposte delle altre. Continuate a leggere e capirete perché.

Una soluzione parziale e temporanea

Come ho già detto, è evidente che non sarà possibile resistere a questo assedio per molto tempo. Per varie ragioni, si ritiene che al massimo si possa mantenere questo livello di confinamento (che, di fatto, è un vero coprifuoco) per due – quattro settimane. Dopo questo limite c’è da aspettarsi una rapida escalation di “problemi” di vario tipo che può rendere ingestibile la situazione. Per esempio, dopo 2-4 settimane si comincerà a dover fare i conti con i crolli psicologici di molte persone e con i non-più-differibili problemi di assistenza alle persone e di manutenzione alle molte “cose” di cui è fatta la nostra vita “tecnologica”, come le lavatrici dei panni e le caldaie.

Per questa ragione, queste misure di confinamento vengono prese solo per dare tempo al sistema sanitario di “digerire” gli effetti dell’epidemia senza bloccarsi. In altri termini, si vuole semplicemente evitare il tanto temuto “collasso del sistema sanitario”.

Non è una questione di vita o di morte

È importante capire che le misure che sono state prese non servono a salvare la vita dei cittadini. Almeno, non in modo diretto.

Non uscire di casa per due settimane non vi impedirà di restare contagiati dal COVID-19. Prima o poi, dovrete uscire di casa, dovrete incontrare altre persone e dovrete comunque fare i conti con le statistiche tipiche di questa infezione. Queste misure servono solo a fare in modo che meno persone restino contagiate adesso, tutte insieme. Servono solo ad evitare il (temporaneo) collasso del sistema sanitario.

Il tanto atteso vaccino non arriverà prima che voi, o chiunque altro su questo pianeta, abbiate la vostra occasione di restare contagiati.

Quindi, queste misure non sono una questione di vita o di morte. Sono una questione “tecnica”, organizzativa e logistica che serve solo indirettamente a salvare le persone, evitando di portare al collasso il sistema sanitario.

Non c’è da preoccuparsi (troppo)

Il fatto che prima o poi si sia destinati a restare contagiati dal COVID-19 non deve però creare panico. Questo virus è abbastanza “benigno” e crea problemi “seri” solo in un 10% – 20% dei casi. In altri termini, anche nella malaugurata ipotesi che restiate contagiati, avete solo una probabilità contro cinque di ammalarvi davvero. In tutti gli altri casi, avrete un po’ di raffreddore, un po’ di tosse o qualcosa del genere. In molti casi, la persona infettata non si accorge nemmeno di essere stata contagiata dal coronavirus. Infatti, è proprio per questo che il coronavirus si diffonde con tanta facilità.

Inoltre, dovete tenere presente che questa statistica si applica solo dopo essere stati contagiati. Come abbiamo detto, è molto probabile che solo il 60% – 70% della popolazione, alla fine, verrà davvero contagiata. Quindi solo il 20% di un 70%, alla peggio, potrà avere dei problemi di salute. Se vi interessa saperlo, questa percentuale è del 14%, cioè circa un caso su sei rispetto alla popolazione generale.

Quanto rischiano davvero i lavoratori

Quanto ho appena detto, ci permette di capire anche un’altra cosa: le persone che in questo periodo sono costretti a lavorare non rischiano più degli altri. O, più esattamente, gli altri non rischiano meno di loro.

In realtà, tutti noi dobbiamo fare i conti con la stessa probabilità del 60% – 70% di restare contagiati dal COVID-19 entro un anno o poco più dall’inizio dell’epidemia. A questo non si sfugge.

L’unica vera differenza è che chi lavora rischia di restare contagiato prima degli altri o, più esattamente, mentre gli altri sono a casa.

Ovviamente, questo fà una bella differenza perché il sistema sanitario è sotto stress adesso mentre potrebbe non esserlo più tra un anno. Per questo è necessario garantire il massimo della protezione a chi lavora in questo momento.

Tuttavia, è anche vero che la probabilità di restare contagiati sul lavoro adesso che tutti sono coscienti del problema, è molto più bassa di quanto fosse quella di restare contagiati nel solito mix di vita normale e vita lavorativa all’inizio dell’epidemia, quando nessuno si rendeva conto del pericolo.

Il solo rispetto delle semplicissime regole di igiene consigliate dai medici in queste settimane (lavarsi spesso le mani, mantenere una distanza di sicurezza da altre persone, etc.) permette, da solo, di ridurre quasi a zero le possibilità di contagio. Tutto questo, senza tirare in ballo soluzioni più o meno fantasiose come guanti, mascherine, tute e via dicendo.

Come e quando finirà

Come abbiamo detto, è molto probabile che questa epidemia possa finire solo in un modo: quando il 60-70% della popolazione sarà già stata contagiata, sarà immune e darà quindi origine ad una immunità di gregge di tipo tradizionale.

Per arrivare a questo risultato ci vorrà probabilmente più di un anno e – inevitabilmente – bisognerà fare i conti con molti ricoveri ospedalieri e con molte morti, soprattutto tra le persone più anziane e più deboli. A questo, purtroppo, non c’è rimedio. Come ho già detto, nessuno si aspetta lo sviluppo di un vaccino prima di un anno e quindi questa sembra essere la conclusione inevitabile di questa epidemia. Forse riusciremo a sviluppare farmaci adatti per curare i sintomi, come l’infiammazione polmonare, e quindi utili a salvare molte vite, ma il vaccino non arriverà “in tempo”. Questo sembra essere già chiaro.

Il meglio che possiamo fare è cercare di non intasare il servizio sanitario con un “picco” molto elevato di casi gravi da trattare. Questo è esattamente quello che stiamo facendo.

L’errore dei sindaci

E qui casca l’asino… Nei giorni scorsi abbiamo visto molti sindaci correre a chiudere i parchi cittadini per impedire assembramenti. Il Presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, si è persino sentito in dovere di minacciare la firma di una ordinanza con cui imponeva 15 giorni di quarantena a chiunque fosse stato còlto a passeggiare per la strada senza motivo. Una misura, questa, chiaramente in contrasto con quanto previsto dal decreto legge che istituiva il confinamento, chiaramente in contrasto con quanto suggerito dagli scienziati che si occupano di queste cose ed in contrasto anche con le direttive del Ministero dell’Interno. Insomma, una iniziativa del tutto personale, priva di qualunque giustificazione tecnica o scientifica. Non ci vuol molto a capire che iniziative personali di questo tipo sono dovute in parte a ragioni emotive, come l’ansia di proteggere la popolazione (e sè stessi) ed in parte a ragioni elettorali (non si vuole correre il rischio di venir poi accusati di non aver fatto abbastanza).

Purtroppo, i sindaci ed presidenti delle regioni non sono gli unici a voler prendere decisioni su basi emotive ed elettorali in questi giorni: abbiamo visto anche i sindacati scendere in piazza per chiedere misure sempre più drastiche (ed immotivate) per proteggere i lavoratori sul posto di lavoro. Abbiamo visto anche altri esempi di questa folle corsa agli armamenti.

Questo è un chiaro segno che i sindaci, i presidenti delle regioni e molte altre figure istituzionali non hanno capito cosa stanno facendo. Pensano di dover “salvare delle vite” proteggendole dal contagio quando invece devono solo ridurre una statistica.

Purtroppo, è chiaro che nemmeno i membri del governo nazionale (e forse nemmeno i consiglieri scientifici) sono del tutto consapevoli di questa situazione. In molti casi, infatti, invece di spiegare ai cittadini la natura delle loro decisioni ed invece di motivare queste decisioni, i vertici della politica si sono messi a trattare con i richiedenti su un possibile inasprimento delle misure. In altri termini, hanno tacitamente accettato di “trattare al rialzo”.

Alla base di questa disponibilità delle istituzioni a trattare, però, c’è una intera popolazione in ansia e questa ansia esiste soprattutto perché nessuno, a livello di istituzioni centrali, si prende la briga di spiegare queste cose ai cittadini. Insomma, siamo di fronte ad un “circolo vizioso” che deve essere assolutamente interrotto prima che ci uccida.

Chi deve decidere

L’errore commesso dal Presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, da molti sindaci e da molte istituzioni è particolarmente grave perché queste persone non sono medici e non dispongono della formazione necessaria per prendere queste decisioni.

Per essere eletto a qualunque carica pubblica, purtroppo, non è necessario possedere nessun titolo di studio, nemmeno la licenza elementare. Si tratta di una funzione “rappresentativa” in cui è sufficiente “rappresentare” una “parte” della popolazione.

Di conseguenza, quasi sempre i sindaci e le altre cariche pubbliche non hanno quella formazione scientifica e tecnica necessaria per prendere queste decisioni.

Purtroppo, è fin troppo evidente che persone come De Luca e come molti sindaci non hanno nessuna intenzione di chiedere aiuto a nessun medico prima di prendere le loro decisioni. Decisioni di cui noi tutti, tra breve, saremo chiamati a pagare il conto.

Conclusioni

Per favore, cercate di far capire alle persone attorno a voi che non c’è nessuna necessità di paralizzare il paese.

Anzi: è necessario mantenere in funzione il paese per sopravvivere.

Se smettiamo di lavorare, di produrre merci e servizi e di distribuirli alla popolazione, tra poco ci ritroveremo con gli scaffali dei supermercati vuoti e saranno guai.

Per questo è di fondamentale importanza che nessuno, soprattutto i sindaci ed i presidenti delle regioni, si permetta di prendere inziative personali.

Alessandro Bottoni

Il senso delle misure