La “Venexit” e l’insegnamento del dialetto veneto nelle scuole

Ieri, 6 Dicembre 2016, il Consiglio regionale Veneto ha approvato il contestatissimo (ed incostituzionale) Disegno di Legge #116 che ridefinisce unilateralmente (e contro ogni prova scientifica) il cosiddetto “popolo veneto” come “minoranza etnica” ed impone, tra le altre cose, anche l’insegnamento di una fantomatica “lingua veneta” nelle scuole della regione. Potete trovare tutti i dettagli del caso in un articolo di Giampaolo Visetti apparso il 7 Dicembre 2016 su www.repubblica.it e che porta il titolo: “Venexit, il Veneto vuole il bilinguismo e lo status di minoranza etnica”. Il “lancio” dell’articolo recita: “l consiglio regionale, a maggioranza Lega e centrodestra, ha approvato il contestato ddl 116. I funzionari pubblici per ottenere il posto dovranno ottenere una “patente di veneticità” e dimostrare di conoscere la “lingua veneta”, definizione sulla quale nemmeno linguisti e storici concordano”

Politica ed imbecillità

Riguardo alla “lingua veneta” possiamo avere alcune certezze.

  1. Non esiste. Non sono io a dirlo ma la stragrande maggioranza dei linguisti. In Veneto, come in ogni altra regione italiana, si parla una decina di dialetti locali diversi e non è tecnicamente possibile eleggere nessuno di questi al ruolo di “lingua rappresentativa dell’intera regione Veneto”.
  2. Non rappresenta niente. Per le ragioni appena esposte, un abitante di Venezia non può riconoscersi nel dialetto padovano più di quanto un abitante di Roma possa riconoscersi nel dialetto napoletano.
  3. Non serve a niente. Il Veneto o, più esattamente, l’insieme dei dialetti veneti, cessa di essere comprensibile ed utilizzabile appena si superano i confini della regione.

Di conseguenza, è evidente che la scelta di imporlo ai ragazzi nelle scuole può avere soltanto una motivazione politica. A questo punto, è lecito chiedersi: “chi ha fatto questa scelta?”.

Di sicuro, non l’hanno fatta i ragazzi che ancora non hanno potuto votare e che dovranno investire ore di lezione, ore di studio individuale, soldi e fatica nello studio di questa lingua. Questi ragazzi, lo hanno detto più volte nelle loro manifestazioni di piazza, voglio studiare inglese, tedesco, cinese, spagnolo, francese, linguaggi di programmazione, matematica, recitazione, canto, musica, danza, pittura, scultura e qualunque altra cosa possa essere utile per la loro crescita personale e professionale. Di sicuro non vogliono perdere ancora altro tempo in cretinate, dopo essersi già dovuti sorbire, in molti casi, più ore di latino che di matematica in un liceo che dovrebbe essere “scientifico” ed orientato al futuro.

Questa scelta è stata fatta da una maggioranza di anziani, spesso pensionati, che si sentono deboli ed hanno paura di tutto. Persone che hanno paura soprattutto di ciò che non somiglia loro e di ciò che non sanno comprendere: stranieri, “immigrati”, “clandestini” e via dicendo. Persone nostalgiche e spesso paranoiche che si sono sentite in diritto di scaricare le loro paure ed il loro odio per gli “alieni” sulle spalle delle generazioni che dovranno subire il peso delle loro scelte scellerate.

Come far perdere tempo ai ragazzi

Il Veneto non è nè il primo nè l’unico caso di idiozia terminale che si sia riscontrato di recente sulla faccia del pianeta. Mia moglie ha dei parenti in Galles (UK) ed ogni due o tre anni passiamo a trovarli. Grazie a questo contatto abbiamo potuto assistere da una poltrona di prima fila al travagliato passaggio che ha trasformato il Galles, un tempo “regione” del Regno Unito, in uno stato indipendente, federato al Regno Unito. Ora il Galles ha una sua capitale (Cardiff), un suo parlamento (un bell’edificio ultramoderno e semideserto nella zona del porto di Cardiff) ed una sua lingua (il “Gallese” o “Welsh”, di ascendenza celtica). L’insegnamento di questa reliquia linguistica è obbligatorio nelle scuole gallesi fino al termine dell’obbligo scolastico (16 anni). Va da sè che, secondo la nostra esperienza e per stessa ammissione di tutti i gallesi con cui abbiamo parlato, solo una minima parte degli anziani riesce a comprendere questa lingua dimenticata da Dio e dagli uomini ed una parte ancora più ristretta della popolazione riesce effettivamente a parlarla. Basta dare un’occhiata alla pagina di Wikipedia che parla della lingua gallese per capire le ragioni di un così limitato successo di pubblico.

Il risultato finale è che i ragazzi gallesi, tra cui due nostri nipoti, sono costretti, volenti o nolenti, a gettare al vento diverse ore di lezione alla settimana, ed ancora più ore di studio individuale, per imparare una lingua che non avranno mai occasione di utilizzare e che non può contribuire in nessun modo alla loro crescita personale e professionale. Questo avviene mentre tutti i loro coetanei sono impegnati a studiare linguaggi di programmazione, matematiche e lingue vive ed utili, come il tedesco. Non occorre che vi dica quale sia il giudizio che questi poveri ragazzi hanno dei loro rappresentanti politici. O, più esattamente, quale sia il livello di odio che i giovani gallesi hanno maturato nei confronti dei “politici” eletti da quei bifolchi dei loro genitori e dei loro nonni. Si, perché questi ragazzi, per ragioni di età, non hanno ancora potuto votare e sono quindi vittime innocenti ed inconsapevoli della xenofobia e della imbecillità di chi, invece, ha già avuto modo di sostenere con il proprio voto questi demagoghi populisti.

Fino al pronunciamento della Corte Costituzionale, che certamente dichiarerà incostituzionale il Disegno di Legge 116 del Consiglio Regionale Veneto, anche una parte dei nostri giovani sarà costretta a subire le nefaste conseguenze delle scelte politiche adottate da una popolazione di anziani nostalgici, paranoici ed ignoranti.

Non bastava il latino (ancora obbligatorio al Liceo Scientifico “tradizionale” contro ogni logica) e non bastava il greco (ancora studiato da molti più giovani di quanti ne abbiano realmente bisogno per proseguire gli studi a “Lettere Classiche”). Ora vogliamo gettare al vento altro tempo, altri soldi, altra fatica per mantenere in vita, a suon di flebo e maschera ad ossigeno, il malato terminale rappresentato dal dialetto, quello stesso dialetto che in ogni famiglia si cerca di sdradicare a viva forza per combattere l’innato, devastante e deleterio provincialismo degli italiani.

Conclusioni

Meglio per NOI, non veneti. Mentre questi cretini perderanno tempo nello studio di una lingua inesistente e priva di qualunque utilità pratica, i nostri ragazzi potranno dedicarsi allo studio del tedesco (ora che la Germania è diventata la prima mèta di emigrazione per i nostri diplomati e laureati), dei linguaggi di programmazione (ora previsti da molti programmi scolastici) e via dicendo.

La Storia si gioca anche sugli effetti di queste scelte politiche e, per una volta, un errore commesso da una “minoranza” arrogante finirà per avvantaggiare il resto della popolazione.

Alessandro Bottoni

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